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La CNAP aderisce alla manifestazione “Emergenza Cultura. Salviamo l’art.9”

La CNAP ha deciso di aderire alla protesta del 7 Maggio “Emergenza Cultura. Salviamo l’art.9!” perché ritiene che sia necessario creare una coscienza comune dell’emergenza culturale che attanaglia l’Italia, e non solo, da almeno 20 anni.

Diversamente da quanto scritto nel manifesto della protesta noi siamo convinti che le Soprintendenze uniche siano un’opportunità non rimandabile proprio per la tutela del paesaggio culturale complesso e stratificato che caratterizza l’Italia e ne costituisce una grande ricchezza.

Siamo però altrettanto convinti che questo non possa accadere senza una consultazione priva di pregiudizi reciproci tra il Ministero, i professionisti e le Università, in tempi ragionevoli e con un notevole apporto di risorse umane e finanziarie che possano sostenere il nuovo progetto.

Siamo oltretutto convinti che l’archeologia non possa esistere senza che nella figura professionale dell’archeologo convivano il ricercatore e il comunicatore.
A tale proposito facciamo notare come sia assolutamente incongruo creare un profilo di responsabile di comunicazione e promozione separato dagli altri, come accade nell’ultimo bando ministeriale per l’assunzione di 500 funzionari per le nuove Soprintendenze.

Crediamo quindi che sia inevitabile e imprescindibile creare un fronte comune con tutti i professionisti dei Beni Culturali per comunicare la necessità impellente del tanto evocato e contemporaneamente palesemente osteggiato rinascimento culturale italiano, che porti l’intera collettività sociale a percepire la tutela del paesaggio e della sua integrità come indispensabile al proprio benessere.
Questo significherà anche dover combattere contro l’atteggiamento schizofrenico di una politica che prima vuole legare l’istruzione di ogni grado alla creazione di professionalità spendibili sul mercato del lavoro e poi comunica invece la possibilità di sostituire le professionalità già esistenti con volontariato o lavoro sottopagato mascherato da associazionismo culturale o da ricerca a titolo gratuito.

Per questo saremo in piazza il 7 Maggio e speriamo che i nostri colleghi di tutti i settori e tutti i professionisti dei Beni Culturali saranno al nostro fianco, in questa occasione e nello sforzo quotidiano di salvaguardare la dignità e la qualità della professione.

Salviamo l’art. 9 !

 

 

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Milioni di euro per il lavoro gratuito. I dubbi e le domande dei professionisti della cultura

Apprendiamo con sconcerto del protocollo di intesa per l’impiego di 2.000 volontari di Servizio Civile Nazionale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale. Si tratta dell’ennesimo passo verso una gestione dei Beni Culturali che antepone il mero risparmio nel breve termine alla qualità e alla professionalità, affidando a dei giovani privi delle necessarie competenze un compito delicato che richiede, soprattutto nell’era digitale e della comunicazione di massa, professionalità con competenze specifiche. Il ministro Franceschini ha dichiarato che, a fronte di un impegno complessivo di circa 11 milioni di euro, questo “primo protocollo interistituzionale inaugura un percorso di sperimentazione di progetti di servizio civile nazionale innovativi, capaci di coniugare lo spirito proprio del servizio civile, esperienza di formazione e arricchimento sia per i giovani che per la società, con la necessità di agevolare l’ingresso di giovani professionalità nel mondo del lavoro”. Come professionisti dell’archeologia ci chiediamo innanzitutto se questi 11 milioni di euro non potessero essere impiegati, piuttosto, per progetti di messa in valore e tutela dei beni culturali, elaborati dai professionisti competenti in materia e di cui l’Italia è ricca, anche se, come emerge dalle sue interviste, il ministro sembra non saperlo. I giovani volontari del servizio civile potrebbero, eventualmente, far parte di tali progetti nel rispetto di criteri museologici, museografici e scientifici che sono il sudato risultato di competenze acquisite in anni di studio e di ricerca e che, in quanto tali, dei giovani volontari non possono avere. Ci chiediamo inoltre come si possa affermare che un simile protocollo serva ad “agevolare l’ingresso di giovani professionalità nel mondo del lavoro” e che “la certificazione delle competenze acquisite nel corso dell’anno di servizio civile nazionale è uno degli elementi per consentire ai giovani di poter spendere nel mondo del lavoro l’esperienza maturata” quando poi il mondo del lavoro dei beni culturali ricorre sempre più spesso e sempre più massicciamente all’utilizzo di volontari, compresi i ragazzi in questione, lasciando senza impiego e quindi senza retribuzione i professionisti qualificati che questi ragazzi dovrebbero formare e di cui dovrebbero certificare le competenze. Quale messaggio vogliamo dare, come Stato, ai giovani che vogliano donare un anno della loro vita alla loro comunità? Che il loro ruolo è quello di meri “rimpiazzi” quando i fondi non sono sufficienti per le assunzioni? Che la cultura e il patrimonio, che loro dovrebbero curare, non meritano personale competente e che quindi le loro future competenze saranno inutili, come pare lo siano le nostre, adesso, per il Ministero? Oppure che anche il loro contributo può essere importante per una buona gestione, o governance, come pare sia più moderno chiamarla, dei Beni Culturali, in collaborazione e guidati con dei professionisti che, tutelati, possano a loro volta tutelarli e farli crescere come professionisti e come cittadini?
Restiamo in attesa di una risposta reale, competente e motivata del ministero e degli altri enti coinvolti.

 

Hidden Treasure o della cecità del “costo zero”

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