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L’intervento a Tourisma2016 del Presidente Alessandro De Rosa

Firenze 19/02/2016

 

Dal 2011, quando è nata, la Confederazione Nazionale Archeologi Professionisti (CNAP) si occupa di analizzare, tutelare e valorizzare l’archeologia professionale, esercitata al di fuori delle pubbliche istituzioni come Università e Soprintendenze e in modo autonomo, non dipendente.

Fin dall’inizio abbiamo sentito la necessità di dare una definizione della nostra professione e di valorizzarne le caratteristiche scientifiche e tecniche.

Per questa sua caratteristica CNAP è da sempre convinta che un coordinamento unitario degli archeologi italiani sia oggi una stringente necessità poiché la categoria vive, da sempre, una spaccatura fra i diversi “comparti”, deleteria e distruttiva. È ormai necessario e inevitabile superare gli steccati, andare aldilà della superficiale suddivisione fra Docenti e ricercatori universitari, Funzionari e Professionisti, da sempre la causa della debolezza “politica” dell’Archeologia.

E scopo dell’organismo unitario che stiamo cercando di costituire è proprio l’unità degli archeologi, come detto e ribadito a più voci soprattutto durante il primo incontro di Giugno scorso.

Avevamo forse bisogno di un input, una spinta a parlarsi e coordinarsi, e si deve dare atto a Giuliano Volpe di essersi fatto carico di questa iniziativa, in cui, come CNAP, crediamo fortemente. Soprattutto perché viviamo in un momento storico di profondo cambiamento in cui Archeologia e archeologi, in Italia, devono trovare finalmente un ruolo definito e riconosciuto. Da qui la necessità di ridefinire in maniera netta un ruolo sociale dell’archeologo, che rispecchi pienamente il suo impegno quotidiano per la ricerca, la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale.

In una visione multidisciplinare, all’interno di un sistema in cui l’archeologo coopera e interagisce attivamente con tutte le figure attive nel campo dei beni culturali, risulta evidente come il primo passo da compiere sia la definizione della sua figura professionale. Questa diventa indispensabile anche per raggiungere gli scopi del coordinamento, per identificare univocamente tutti coloro che ne faranno parte. Un aspetto, quindi, che non va inteso come secondario, per tutelare, valorizzare, dare voce e giustizia a tutti gli archeologi che quotidianamente operano sul nostro Patrimonio che è, ricordiamolo, cosa pubblica e come tale di interesse nazionale. La definizione della professione costituirà quindi il primo passo della sua tutela, garantendo che ad operare sul campo siano solo professionisti riconosciuti ai quali dovrà essere corrisposto il giusto trattamento economico.

Noi come associazione, insieme a CIA e FAP, abbiamo già lavorato all’idea di una definizione chiara della professione seguendo il percorso indicato dalla legge 4/2013 (legge sulle professioni non organizzate in ordine od albo, dunque non riconosciute, fra le quali si colloca anche l’archeologo), in seno alla normativa Uni. Questo iter si è poi interrotto per una ragione precisa, ovvero l’approvazione della legge 110/2014 che ha integrato il codice dei Beni Culturali indicando le professioni (e tra queste l’archeologo) competenti ad operare sul Patrimonio. Tuttavia a tutt’oggi non sono ancora stati stabiliti i requisiti necessari per l’iscrizione agli elenchi nazionali rendendo di fatto la legge inapplicabile e disattendendo le aspettative di tutti coloro che su quella legge contavano per veder riconosciuto il proprio ruolo all’interno delle professioni italiane.

Questa premessa ha lo scopo di mettere in evidenza quale siano il ruolo e il peso che il Coordinamento potrebbe e dovrebbe avere nel portare avanti le istanze degli archeologi con voce univoca e perciò più autorevole e maggiormente ascoltata.

Questo a maggior ragione alla luce della nuova riforma del Ministero, e delle ripercussioni che questa avrà sull’ attività degli archeologi e in particolare sui Professionisti.

Il dibattito che ha seguito la seconda fase della riforma Franceschini è stato infatti più che acceso, a volte aldilà della civile dialettica o in modo tutt’altro che costruttivo. Le veementi discussioni fra addetti ai lavori spesso hanno riguardato tematiche interne al MiBACT, perdendo forse di vista il ruolo dei professionisti che, pur dall’esterno del ministero, lavorano in stretta collaborazione con i colleghi e i funzionari ministeriali, applicando sul campo l’alta formazione ricevuta nelle Università.

Cercherò quindi di soffermarmi brevemente sulla Riforma e sulle sue possibili ricadute sul mondo professionale, che al momento rappresenta circa l’80% degli archeologi del nostro Paese. La nuova riforma prevede trentanove Soprintendenze uniche e si basa sulla visione olistica dei beni culturali, nata a livello scientifico e che vorrebbe meglio rispondere proprio alle esigenze di tutela e valorizzazione, ovvero sulla multidisciplinarietà di un unico organismo di tutela, retto da un solo Soprintendente. Questa visione è, di per sé, condivisibile in quanto parte dall’assunto che vada tutelato il paesaggio, considerato come prodotto complesso dell’attività umana, e tutto ciò che in esso è presente.

Ma, proprio permanendo in questa visione olistica, non si comprende la logica della separazione operata fra tutela e valorizzazione. Separare totalmente i musei, quelli scelti per i venti poli e quelli ormai autonomi, dalle Soprintendenze e dunque dai territori, non risponde sicuramente ad una visione olistica quanto forse invece ad un’idea aziendalistica che interpreta la valorizzazione come strumento di profitto e la tutela come una mera necessità, quasi un peso. Questa concezione è inoltre contraria a qualsiasi definizione internazionale di “museo”, come ad esempio quella dell’International Council of Museums (ICOMOS): “A museum is a non-profit, permanent institution in the service of society and its development, open to the public, which acquires, conserves, researches, communicates and exhibits the tangible and intangible heritage of humanity and its environment for the purposes of education, study and enjoyment.”

I musei italiani, soprattutto quelli archeologici, sono legati indissolubilmente al loro territorio e separarli da ciò che li ha generati va, secondo noi, contro ogni logica gestionale basata sulle buone pratiche e volta allo sviluppo dei territori stessi. La valorizzazione del territorio, del paesaggio, e dei i suoi beni culturali, compresi quelli archeologici, è indissolubilmente legata alla sua tutela e alla sua profonda comprensione, cui tutti noi, come archeologi, partecipiamo.

Temiamo piuttosto che la riforma, nasca dalla necessità di rispondere a quanto richiesto dalla Legge sulla pubblica amministrazione (per altro ritenuta incostituzionale da alcuni costituzionalisti, ndr), che presenta almeno tre aspetti che potrebbero minare l’attività di tutela: la pratica estesa del silenzio-assenso, la subordinazione delle Soprintendenze alle prefetture e la “riforma” del funzionamento delle conferenze di servizi.

Siamo convinti che una buona riforma abbia bisogno del confronto e della partecipazione dialettica di tutti i diversi settori dell’archeologia: mondo accademico, funzionari, professionisti. E che sia chiaro e centrale a tutti, anche al di fuori del nostro ambito scientifico, il ruolo sociale che tutti noi ricopriamo.

Inoltre è chiaro che l’attuazione di una riforma del genere, rivista in una dialettica costruttiva col mondo dei beni culturali, sia da sostenere con un’immissione corposa di personale: le carenze in tal senso del Ministero sono note da anni, e non basterà a colmarle un concorso per cinquecento nuovi funzionari, che non sarà sufficiente neppure a coprire i pensionamenti degli ultimi dieci anni.

Proprio nella prospettiva di questo cambiamento, che se ben governato potrà essere una novità positiva, un organismo unitario degli archeologi potrà e dovrà assumere quella funzione di rappresentanza unitaria che possa dare il giusto ruolo, riconosciuto, agli archeologi che operano in tutti gli ambiti della società civile, in sinergia con le altre professioni della tutela dei beni culturali. Dobbiamo riconoscerci e farci riconoscere all’esterno come una categoria unita e solidale, consapevole della propria professionalità e del proprio valore, ma anche dei doveri che abbiamo verso l’intera cittadinanza per assumere quel ruolo sociale che l’archeologia merita nel processo di cambiamento in atto.

Già il mercato del lavoro in archeologia è in grave affanno: privo di regole chiare e di tariffari certi di riferimento, in balìa della pratica del massimo ribasso a danno della dignità dei professionisti e della qualità scientifica che ogni archeologo deve garantire. C’è il rischio che molte prassi, spesso viste dalle committenze come superflue, vengano bypassate.

Anche non dovendo più paventare lo stralcio degli articoli 95 e 96 del Codice degli Appalti Pubblici (DL 163/2006) relativi all’Archeologia preventiva sollecitiamo dunque una presa di posizione del nascente coordinamento a favore di un utilizzo pieno e consapevole di questa disciplina, che possa andare a vantaggio della comunità civile nel suo complesso, evitando l’innalzamento esponenziale del costo dei cantieri pubblici. Senza dimenticare che col nuovo Codice degli Appalti Pubblici si avrà un nuovo Regolamento (DPR 207/2010) in cui non dovranno essere toccati gli articoli 245 e 248, ovvero Progettazione di Scavo archeologico e Direzione Tecnica di cantiere relativamente alla certificazione OS25.

Sulla buona programmazione di questa all’interno dei piani strutturali, ad esempio, potrà vigilare un’intera generazione di professionisti, con una altissima formazione, preparata proprio per affrontare la complessa tematica dell’equilibrio tra tutela e sviluppo economico e tra conservazione e valorizzazione e che vive della sua della professione.

Ecco che ancora una volta diventa davvero fondamentale che la definizione della figura professionale dell’archeologo e gli elenchi dei professionisti che ad essa possono essere ricondotti, siano finalmente ed urgentemente redatti a cura della Direzione Generale Educazione e Ricerca del MiBACT. Auspichiamo inoltre che a questo fine possa essere utilizzata la definizione raggiunta di concerto tra le tre associazioni precedentemente citate e depositata presso l’organismo UNI.

Dunque il Coordinamento avrà un’importanza fondamentale, un ruolo di rappresentanza straordinario e insostituibile se, e solo se, tutti parteciperanno superando divisioni storiche ormai obsolete e vedendo nella presenza e nella collaborazione degli altri una risorsa piuttosto che una minaccia. Un’unica rappresentanza assumerà infatti quel ruolo di rappresentanza politica, nel senso più alto del termine, che la professione merita, perché una professione tutelata potrà essere garanzia della buona tutela e di una reale valorizzazione del patrimonio culturale che appartiene a tutti i cittadini dell’Italia e del mondo.

La tutela del patrimonio archeologico passa infatti dalla tutela e dal riconoscimento del ruolo degli archeologi. Ora più che mai non possiamo permetterci un fallimento, non possiamo per la nostra Storia, per il nostro Patrimonio e per gli archeologi tutti*.

 

Alessandro De Rosa

Presidente Confederazione Nazionale Archeologi Professionisti

*Ringrazio le colleghe, e membri del direttivo, Susanna Riva e Laura Torsellini per aver collaborato alla stesura dell’intervento.
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Volontariato e Archeologia professionale. I Bandi per il Giubileo straordinario e per i 60 Esperti del patrimonio culturale

È stato pubblicato dal MiBACT, durante il periodo natalizio, il bando per il Giubileo Straordinario della Misericordia (http://www.beniculturali.it/…/C…/2015/visualizza_asset.html…).

Questo prevede una selezione che favorisce chi ha già lavorato con gli enti coinvolti e/o è stato impegnato in progetti con gli stessi obiettivi e, tra gli enti coinvolti ci sono la Croce Rossa Italiana, Caritas, l’Università La Sapienza di Roma e il MiBACT stesso; inoltre la procedura di selezione dà alla valutazione dei titoli più di un terzo del punteggio possibile totale.

Nel progetto “Archeologia in Cammino” si dichiara esplicitamente che il ricorso ai volontari del Servizio Civile Nazionale fa fronte “alla ancora insufficiente offerta e varietà e al modesto numero di eventi legati alla promozione della cultura archeologica e all’insufficiente sostegno divulgativo” della Soprintendenza del Colosseo di Roma.

Si cercano quindi persone esperte nella divulgazione archeologica, che abbiano avuto rapporti più prolungati possibile con la Soprintendenza stessa o con l’Università, per la “realizzazione di pubblicazioni di ausilio alle visite dei luoghi della cultura, realizzazione di opuscoli informativi e di supporti audiovisivi, disponibili in italiano e in lingua, per le aree solitamente chiuse al pubblico e sui percorsi turistici meno conosciuti, distribuiti presso gli operatori turistici locali, per caratterizzare e diffondere il patrimonio in occasione di eventi culturali”. Altresì per la “realizzazione di eventi di diffusione incontri e seminari, che coinvolgeranno sia turisti che popolazione della Città e giovani studenti delle scuole delle Università presenti sul territorio, presso enti locali e istituti scolastici ed Università per costruire un sostegno partecipato della comunità alla promozione culturale”. Infine per la “organizzazione di visite guidate gratuite per aree difficilmente accessibili o solitamente chiuse al pubblico, per turisti ed utenti della Città, da realizzarsi sia in italiano che in lingua”. Si chiede a queste persone altamente qualificate di prestare servizio volontario per un compenso di poco più di 400 euro mensili e di farlo essendo tenuti “al rispetto dell’orario di servizio nonché al rispetto delle condizioni riguardanti gli eventuali obblighi di pernottamento, o di altra natura, connessi al progetto medesimo. L’interruzione del servizio senza giustificato motivo, prima della scadenza prevista, comporta l’impossibilità di partecipare per il futuro alla realizzazione di nuovi progetti di servizio civile nazionale, nonché la decadenza dai benefici eventualmente previsti dallo specifico progetto eil mancato rilascio dell’attestato di svolgimento del servizio”.

Si dimostra, quindi, ancora una volta, il disconoscimento degli sforzi che chiunque voglia esercitare la professione dell’archeologo deve affrontare: sforzi economici, di tempo e di impiego delle proprie risorse intellettuali e fisiche.

A maggior ragione, questo bando favorirà candidati che abbiano avuto un lungo rapporto con il Ministero, la Soprintendenza e con l’Università.
Questo atteggiamento, quando è proprio del Ministero che dovrebbe incarnare gli interessi della Cultura e, in questo caso particolare, dell’Archeologia, ferisce e colpisce profondamente tutta la categoria, in particolare quella dei professionisti, ma anche tutti coloro che da anni si sforzano, con enormi sacrifici, di non abbandonare la strada della ricerca e della tutela presso gli enti pubblici e ministeriali, come Università e Soprintendenze.
Riteniamo che la voce della categoria tutta dovrebbe levarsi nitida contro questo atteggiamento.

E’ un atteggiamento che sembra assecondare certe irresponsabili dichiarazioni secondo cui studiare con impegno e qualificarsi a pieni voti per poter esercitare la professione a cui si ambisce sia inutile, o addirittura dannoso ai fini proprio dell’esercizio di una professione e del trovare un impiego remunerato. Un atteggiamento che, quindi, danneggerà, nel lungo periodo, proprio gli enti che attualmente sembrano avallarlo senza riserve.

Infine, un’ultima considerazione sul Bando per la procedura di selezione di 60 Esperti del patrimonio culturale da assumere a tempo determinato per 9 mesi (http://www.beniculturali.it/…/visualizza_asset.html_1090564…). Innanzitutto il limite di 40 anni è discriminate e può essere soggetto a ricorso, visto che è stato abolito dalla Corte di Giustizia UE, sez. II, sentenza 13/11/2014 n° C-416/13. Già dal 2000, con la Direttiva 2000/78/CE del 27 novembre 2000, l’Unione Europea vietava la discriminazione nei concorsi pubblici basata sull’età. Inoltre è poca chiara l’equiparazione dei master biennali alla specializzazione come punteggio, senza prendere in considerazione il fatto che i master sono di I livello, aperti a coloro che hanno una laurea triennale, e di II livello, per coloro che hanno una laurea magistrale. E non tutti i master di II livello hanno la durata di 2 anni, dunque vengono equiparati master di defferenti livelli, in base alla durata! Nel concorso del 2008 a funzionario si poteva accedere se in possesso di Specializzazione e Dottorato, dunque equiparati, ma in questo caso non hanno lo stesso peso, in un bando cui si accede per titoli. Questo dimostra la confusione nel redigere questi bandi, che nasce dalla mancanza di tutela di una professione misconociuta dal Ministero con cui opera.

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Milioni di euro per il lavoro gratuito. I dubbi e le domande dei professionisti della cultura

Apprendiamo con sconcerto del protocollo di intesa per l’impiego di 2.000 volontari di Servizio Civile Nazionale per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale. Si tratta dell’ennesimo passo verso una gestione dei Beni Culturali che antepone il mero risparmio nel breve termine alla qualità e alla professionalità, affidando a dei giovani privi delle necessarie competenze un compito delicato che richiede, soprattutto nell’era digitale e della comunicazione di massa, professionalità con competenze specifiche. Il ministro Franceschini ha dichiarato che, a fronte di un impegno complessivo di circa 11 milioni di euro, questo “primo protocollo interistituzionale inaugura un percorso di sperimentazione di progetti di servizio civile nazionale innovativi, capaci di coniugare lo spirito proprio del servizio civile, esperienza di formazione e arricchimento sia per i giovani che per la società, con la necessità di agevolare l’ingresso di giovani professionalità nel mondo del lavoro”. Come professionisti dell’archeologia ci chiediamo innanzitutto se questi 11 milioni di euro non potessero essere impiegati, piuttosto, per progetti di messa in valore e tutela dei beni culturali, elaborati dai professionisti competenti in materia e di cui l’Italia è ricca, anche se, come emerge dalle sue interviste, il ministro sembra non saperlo. I giovani volontari del servizio civile potrebbero, eventualmente, far parte di tali progetti nel rispetto di criteri museologici, museografici e scientifici che sono il sudato risultato di competenze acquisite in anni di studio e di ricerca e che, in quanto tali, dei giovani volontari non possono avere. Ci chiediamo inoltre come si possa affermare che un simile protocollo serva ad “agevolare l’ingresso di giovani professionalità nel mondo del lavoro” e che “la certificazione delle competenze acquisite nel corso dell’anno di servizio civile nazionale è uno degli elementi per consentire ai giovani di poter spendere nel mondo del lavoro l’esperienza maturata” quando poi il mondo del lavoro dei beni culturali ricorre sempre più spesso e sempre più massicciamente all’utilizzo di volontari, compresi i ragazzi in questione, lasciando senza impiego e quindi senza retribuzione i professionisti qualificati che questi ragazzi dovrebbero formare e di cui dovrebbero certificare le competenze. Quale messaggio vogliamo dare, come Stato, ai giovani che vogliano donare un anno della loro vita alla loro comunità? Che il loro ruolo è quello di meri “rimpiazzi” quando i fondi non sono sufficienti per le assunzioni? Che la cultura e il patrimonio, che loro dovrebbero curare, non meritano personale competente e che quindi le loro future competenze saranno inutili, come pare lo siano le nostre, adesso, per il Ministero? Oppure che anche il loro contributo può essere importante per una buona gestione, o governance, come pare sia più moderno chiamarla, dei Beni Culturali, in collaborazione e guidati con dei professionisti che, tutelati, possano a loro volta tutelarli e farli crescere come professionisti e come cittadini?
Restiamo in attesa di una risposta reale, competente e motivata del ministero e degli altri enti coinvolti.

 

Hidden Treasure o della cecità del “costo zero”

Hidden Treasure o della cecità del costo zeroHidden Treasure o della cecità del costo zero_1Hidden Treasure o della cecità del costo zero_2

La CNAP alla 15° Borsa Mediterranea del Turismo Archeologica

Sabato 17 la CNAP, rappresentata dal proprio Presidente Alessandro De Rosa, interverrà alla conferenza stampa congiunta con CIA e FAP per presentare i risultati dei lavori che le tre Associazioni, in concertazione, stanno portando avanti per la presentazione di una Norma UNI di definizione della figura professionale dell’Archeologo, corredata da livelli professionali secondo lo schema EQF, come indicato dal Disegno di Legge 3270 “Professioni non regolamentate da ordine o albo” in discussione al Senato.

Comunicato stampa presentazione concertazione associazioni archeologi per Norma UNI

CNAP alla 15° Borsa Mediterranea del Turismo Archeologica

Il nostro Vice Presidente Milena Saponara interverrà in rappresentanza di CNAP all’incontro “Il mestiere dell’Archeologo tra contrattazione reale e tariffario”

La Formazione degli Archeologi in Italia

Nella pagina La Formazione degli Archeologi in Italia è possibile compilare un form che ci consentirà di comprendere meglio quali sono i percorsi formativi seguiti in Italia dagli Archeologi Professionisti e da coloro che aspirano a diventarlo. Con il vostro aiuto, vogliamo mettere a disposizione di tutti un catalogo aggiornato dei Corsi di Laurea Triennale e Magistrale, delle Scuole di Specializzazione e dei Corsi di Dottorato e di valutarne l’efficacia.

Aspettiamo il contributo di tutti coloro che vorranno partecipare, compilando l’apposito form totalmente anonimo!