Lettera (di Alessandro De Rosa)

 

Gentile Sig.re/ra,

Le scriviamo per illustrare e mettere luce sulla situazione che quotidianamente, da oltre 40 anni, vivono gli archeologi italiani, prodighi professionisti di un’attività che non è inquadrata né da un albo né da un ordine professionale.

L’Archeologo svolge, come i numerosi professionisti regolamentati e tutelati dagli ordini professionali, una professione che garantisce una prestazione intellettuale e in quanto tale va riconosciuta. Ma tutto ciò non avviene.

Le discussioni su una definizione della nostra figura professionale, in diversi modi, sono iniziate nel 1962, con la costituzione della SAI (Società Archeologi Italiani), di cui erano firmatari eminenti personaggi dell’Archeologia, che hanno rivestito nel corso degli anni e rivestono tuttora ruoli chiave sia nell’ambito del MiBAC sia in ambito universitario.

Negli anni passati sono stati fatti diversi tentavi di istituire un albo od ordine professionale della categoria, ma le varie proposte, fra cui cito ad esempio la proposta di legge n.3563 del 9 Aprile del 1997 sull’Ordinamento delle professioni di Archeologo e Storico dell’Arte, si sono arenate e non hanno trovato ascolto da parte della classe politica.

La nostra professione, nel corso degli anni, ha visto il diversificarsi delle attività, che non sono solo oramai legate alla ricerca archeologica su scavi appositi, ma soprattutto l’archeologo è una figura di riferimento nelle opere pubbliche di grande e minor rilievo, ove sia prevista l’attività di consulenza tecnica o tecnico-scientifica, di tutela e valorizzazione del Patrimonio che viene messo in luce durante le operazioni di scavo (TAV, gasdotti, etc.). Premettendo che oramai gli scavi sono ridotti al lumicino, per i tagli indiscriminati operati nell’ambito della ricerca, questa sta per diventare per l’archeologo l’attività principale. Ne è conseguito l’inserimento delle mansioni dell’archeologo all’interno del  Dlgs 163/2006 (Codice contratti), in particolare l’art. 95 (Verifica preventiva dell’interesse archeologico in sede di progetto preliminare) e art. 96 (Procedura della verifica preventiva dell’interesse archeologico); nella fattispecie nell’art. 95 si specifica che: “Le stazioni appaltanti raccolgono ed elaborano tale documentazione mediante i dipartimenti archeologici delle università, ovvero mediante i soggetti in possesso di diploma di laurea e specializzazione in archeologia o di dottorato di ricerca in archeologia.“

Questi articoli della 163/2006 riprendono in toto la Legge 109/2005 cosiddetta dell’Archeologia Preventiva, che convertiva in legge il DL 63/2005.

La Legge 109/2005, ribadita dagli artt. 95 e 96 della 163/2006, rientra nella cosiddetta VAS, ovvero la Valutazione Ambientale Strategica, al cui interno sono previste la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) e la Valutazione d’Interesse Archeologico (VIArc). Ma tutto ciò avviene solo per le grandi opere nazionali, mentre spesso su scala locale non vengono affatto affrontate le problematiche relative alla VIArc.

Ma procediamo per gradi.

A tutto ciò il MiBAC aveva ovviato creando un elenco obbligatorio di professionisti dell’Archeologia Preventiva, suddiviso in 3 parti, ovvero Dipartimenti Universitari, Società e Liberi Professionisti. Naturalmente si sarebbe dovuto accedere con personale, per quanto riguarda Società e Dipartimenti Universitari, con determinate caratteristiche, cui dovevano sottostare anche i Liberi professionisti, ovvero quelle definite dall’art. 95 della 163/2006, “soggetti in possesso di diploma di laurea e specializzazione in archeologia o di dottorato di ricerca in archeologia.“

Questo sembrava un inizio per la definizione e tutela della nostra professione, fino all’autunno del 2010, quando con la Circolare n. 19 del 19 Novembre 2010 il Direttore Generale per le Antichità precisava che l’elenco del MiBAC sarebbe stato “utilmente consultivo”!

Questa premessa è utile per capire la confusione in cui versa il mondo dell’archeologia professionale, quella dei professionisti che quotidianamente operano nei cantieri, lontani dai Dipartimenti Universitari. Il mondo in cui operano, come tutti i microcosmi in cui non esiste una chiara regolamentazione, è caratterizzato da situazioni al limite della legalità. In questo microcosmo è possibile osservare giovani laureati, anche solo con la laurea triennale, che fanno assistenza sui cantieri (e si sa quanto siano poco sicuri numerosi cantieri in Italia!) per nome e conto di società, e che producono delle relazioni scientifiche che non porteranno mai la loro firma (Vd. sempre art. 95 della 163/2006!), sottopagati e sfruttati, con contratti a progetto (co.co.pro) e co.co.co. che non possono essere utilizzati in cantieri edili, nell’ambito dei quali si inserisce lo scavo archeologico!

I giovani laureati, per il CCNL dell’edilizia, non sono neanche riconosciuti come archeologi, ma come operatori/operai specializzati, a vantaggio di tutte quelle società che ne sfruttano l’opera intellettuale, in un particolare momento storico in cui il lavoro è una chimera e numerosi sono costretti a chinarsi a condizioni di sfruttamento.

La nostra proposta è semplice e prevede la realizzazione di un albo/ordine professionale, aperto a tutti i professionisti dell’Archeologia, siano essi Specializzati, Dottori di ricerca o Laureati, inquadrati attraverso livelli, in base ai titoli e all’esperienza, da riconoscere ai numerosi colleghi che lavorano da moltissimi anni e, pur non avendo conseguito un titolo post lauream, hanno un’esperienza tale da poter rientrare nei livelli superiori.

L’Italia è un paese dalle forti contraddizioni intellettuali nell’ambito dell’Archeologia, che ha visto la nascita prima di una Scuola Nazionale di Archeologia per formare i futuri funzionari delle Soprintendenze per i Beni Archeologici, e di una Scuola Nazionale di Dottorato di Ricerca, per la formazione dei futuri Docenti universitari. Ora esistono numerose scuole di specializzazione, quasi una per università, e numerose Scuole di Dottorato. Dove andranno a finire questi professionisti specializzati o con il più alto titolo universitario? La ricerca, nel senso classico del termine, è una chimera, a cui il Decreto Gelmini ha dato un colpo mortale, nella quale il privato non investe e quando tenta di farlo la macchina farraginosa dello Stato e del MiBAC lo frena fino alla rinuncia.

A molti è rimasta solo la libera professione, che dunque tentiamo di regolamentare per noi e soprattutto per chi verrà dopo di noi, perché dobbiamo costruire pensando al futuro, in particolare noi, che del passato abbiamo fatto una professione e ben sappiamo che senza passato non esiste futuro!

 

Roma 16/06/2011

Pubblicato il 19 giugno 2011 su Archeologi. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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